CISDAE

TERRA di BAFFIN
Racconto di una spedizione italiana nel 1972
di Natalia Re Fiorentin

L’isola di Baffin (conosciuta anche come Terra di Baffin) si trova nel Canada nord orientale, nel territorio del Nunavut e con suoi 508.000 chilometri quadrati di superficie, rappresenta l’isola più grande dell’intero arcipelago artico canadese. Da sempre abitata dalle popolazioni Inuit, deve il suo nome all’esploratore e navigatore inglese William Baffin, che alle soglie del XVII secolo ne esplorò le coste meridionali.

Il suo ambiente incontaminato, la suggestione di raggiungere terre ancora sconosciute al mondo europeo fecero sì che, nel 1972, un folto gruppo di studiosi e alpinisti italiani decise di intraprendere una nuova spedizione alla scoperta del territorio artico. A fianco quindi di noti alpinisti che annoveravano un vasto curriculum di esperienze extra europee come Giampaolo Guidobono Cavalchini, Pier Luigi Airoldi, Bruno Barabino (capo spedizione), si aggregarono tra gli altri: due geologi, Gian Camillo Cortemiglia e Remo Terranova; una naturalista, Maria Antonia Sironi nonché un importante scrittore di montagna e fotografo, Giorgio Gualco, che riuscì a imprimere sulla pellicola spettacolari e incantevoli scatti di quelle cime e regioni ancora poco note.
Diventa importante non dimenticare tra i partecipanti quel colonnello scozzese Patrick D. Baird, che già dal 1953 aveva compiuto numerose imprese tra le terre polari e, grazie alle sue preziose conoscenze della penisola di Cumberland, rappresentò l’anello essenziale per l’ottima riuscita della spedizione.

Le difficoltà da superare non furono solo le avverse condizioni climatiche (violenti piogge, nevicate intense e raffiche di bufera del tutto eccezionali, se considerato il periodo dell’esplorazione, 17 luglio-15 agosto), l’ambiente ostile (fiordi ancora gelati non navigabili, numerosi torrenti in piena, insidiosi crepacci nascosti sotto coltri di neve fresca, forti dislivelli, pareti più irte rispetto solo alle Alpi), ma furono altrettanto problematici sia l’accesso all’isola, sia i rifornimenti.
Infatti, nonostante l’idea di una spedizione italiana alla Terra di Baffin fosse partita già nel luglio del 1966 (a seguito delle imprese in Groenlandia nella penisola di Qîoqe e Wegener), si dovette attendere la collaborazione della Società Nordair, che manteneva i collegamenti aerei tra l’arcipelago e il continente. Essendo l’isola circondata continuamente dai ghiacci, l’unico mezzo per il trasporto dei materiali e viveri essenziali alla spedizione era l’aereo, dai costi elevati e dall’utilizzo limitato soggetto alle condizioni meteo.
Inoltre, una volta raggiunto il campo base, nel cuore dell’isola, nella Weasel Valley sullo sponde del Summit Lake, fu evidente come gli approvvigionamenti portati dalla Nordair non furono così accurati, servendo solo un terzo di tutto l’occorrente, tanto che membri della spedizione dovettero mettersi in marcia verso Pangnirtung alla ricerca di viveri.

Tuttavia nonostante le avversità, la spedizione riuscì nell’impresa. Compirono numerose salite su cime ancora vergini, portarono a termine preziosi studi geologici, geomorfologici e naturalistici sulla flora e fauna, contribuendo a un decisivo approfondimento scientifico del territorio artico. 

Tra le imprese alpinistiche vanno ricordate le prime ascensioni del Monte Sigurd (1760 m circa) ad opera di Baird, Guidobono Cavalchini, Baravalle, Gualco, Airoldi; della Cima Marta (1800 m circa) ad opera di Airoldi, Piazza, Visconti; del Monte Volpedo (2000 m circa) ad opera di Guidobono Cavalchini, Baravalle, Dalla Rosa, Airoldi, Visconti.
Numerose furono poi le ricognizioni della Weasel Valley, in particolare del ghiacciaio Lièvre Blanc, Caribou, del Colle fra il monte Asgard e Friga e dell’anticima del monte Thyr.
I geologi compirono un rilevamento completo di tutta la zona circostante il Summit Lake, così come fu fondamentale la ricerca sulla flora e sulla fauna artica ad opera della naturalista Sironi. Splendide vedute panoramiche, significative immagini fotografiche realizzate dallo sguardo attento di Giorgio Gualco restituiscono le sfumature, le tinte dei paesaggi artici e testimoniano le imprese compiute.

Questo breve excursus dell’esplorazione italiana della Terra di Baffin è stato possibile grazie all’analisi di un articolo di Bruno Barabino, pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI del giugno 1973. L’autore conclude il suo resoconto con notizie relative alla logistica e all’equipaggiamento.
Interessanti note di colore, che mettono simpaticamente in rilievo la frizzante e oculata attenzione degli alpinisti anche verso l’alimentazione, in un susseguirsi di riflessioni precise e dettagliate dei viveri a loro disposizione. «Fu possibile fornire uno o due pasti caldi, abbondanti senza mai escludere, per ragioni psicologiche, la pastasciutta» racconta il capo spedizione, sottolineando come anche al Polo ognuno di noi porti un po’ della propria tradizione e cultura culinaria: gli italiani desiderosi di un piatto di pasta, mentre lo scozzese Baird «riuscì a mascherare quasi sempre il suo disappunto.[…] Certamente egli avrebbe gradito maggiormente abbondanti porzioni di pudding e qualche sorso di whisky della sua terra natia».

Per un maggiore approfondimento e dettaglio sulla spedizione, cfr. Bruno Barabino, La prima spedizione italiana alla Terra di Baffin, in “Rivista Mensile del CAI”, anno 94, n. 6, giugno 1973.




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Veduta dal campo al Summit.



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