CISDAE

ALPINISMO ITALIANO NEL MONDO
di Gilberto Merlante

Con questo titolo Mario Fantin scrisse una monografia che raccoglie tutte le imprese alpinistiche italiane al di fuori delle Alpi e dell’Europa. Nel 1970 il Club Alpino Italiano gli affidò questo compito, che con competenza e passione, riuscì a svolgere riunendo i racconti e le firme di tutti i protagonisti delle imprese alpinistiche nel mondo. Oggi, grazie a questo scritto possiamo avere informazioni dettagliate e precise di un secolo e mezzo di esplorazioni e ascensioni nei continenti della terra, un lavoro unico che continua a vivere grazie alla informatizzazione del CISDAE, che ha come scopo di raccogliere, conservare, elaborare, valorizzare, studiare e pubblicare quanto si riferisce all’alpinismo italiano nel mondo.

Fine ‘800 ed inizi ‘900

Le origini dell’alpinismo italiano extraeuropeo risalgono addirittura a prima della fondazione del CAI (1863). La più antica ascensione compiuta da un italiano in un altro continente, è quella del piemontese Prof. Federico Craveri, al Popocatepetl (5452 m), compiuta nel 1855. Craveri salì sul vulcano messicano non solo per spirito scientifico ma anche per spirito alpinistico, tant’è che dopo la fondazione del CAI ne divenne socio.
Il periodo di maggior fervore si delinea verso la fine dell’800. Le spedizioni cominciavano man mano ad aumentare,  gli spostamenti erano caratterizzati da lunghi tragitti in nave,  gli avvicinamenti con carovane di muli, cavalli, asini, cammelli ed anche yak. La durata della spedizione variava dai quattro mesi ad un anno, l’ingaggio di moltissimi portatori arricchiva le splendide valli vergini.
Le prime guide di Macugnaga, di Valtournanche e di Courmayer: Petigax, Rey, Maquignaz, Oberto e tante altre, per circa tre decenni accompagnano i ricchi alpinisti stranieri, in maggioranza inglesi, alla conquista delle montagne Andine ed Himalayane. Tra queste guide spicca il nome di Matthias Zurbriggen, conteso dagli svizzeri che ne rivendicano la nazionalità essendo egli nato a Saas Fee ma vissuto in Italia a Macugnaga. Egli aveva partecipato a ben sette spedizioni molto importanti tra le quali la prima salita all’Aconcagua (6962 m), del 14 gennaio 1897, guidata dall’inglese Briton Edward Fitzgerald.
Immediatamente seguirono spedizioni interamente italiane: fra queste vanno ricordate quelle dirette da  Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, che realizzò importanti esplorazioni di carattere scientifico ed alpinistico in quasi tutti i continenti. Egli riuscì ad esplorare il mondo delle grandi altezze, cominciando con la salita al Monte Sant’Elia (5489 m), tra il Canada e l’Alaska, toccò la vetta il 31 luglio del 1897. A quell’avventura straordinaria, ne seguirono altre: la spedizione polare del 1899-1900, la campagna alpinistica al Ruwenzori nel 1906, conclusasi con l’esplorazione completa del massiccio e la salita di tutte le sue vette maggiori. Tre anni dopo, fu la volta della spedizione in Karakorum, con un tentativo di scalata al K2 e il record di altitudine raggiunto sulle pendici del Chogolisa: 7500 metri.

Durante le guerre

La prima guerra mondiale congelò l’attività alpinistica in ogni parte della Terra, e la ripresa  delle spedizioni italiane fu verso il 1930 quando l’assedio per l’Everest era iniziato da dieci anni; e sempre il Duca, a cavallo tra il 1928 e il 1929, nel Corno d’Africa, portò a termine l’esplorazione dell’intero corso dello Uabi-Uebi-Scebeli, fino alle sorgenti .
Durante la seconda guerra mondiale cominciarono le prime spedizioni “leggere” a carattere privato a fianco d’altre più grandi, incoraggiate dal clima politico d’allora, favorevole all’italianità nel mondo, e facilitate in Africa orientale dall’acquisizione di nuovi territori per la maggior parte montuosi. Nacque uno strano fenomeno: quello dei prigionieri di guerra italiani che rinchiusi in campi vicini a zone montuose, si dedicarono all’alpinismo per assaporare un pochino di libertà. Un esempio ne è la salita di Felice Benuzzi alla Punta Lenana (4968 m). Nel 1943, quando era relegato nel campo di prigionia in Kenya, incominciarono a nascere in lui idee di "fuga". Non verso casa, ma verso il massiccio del monte Kenya per salire la vetta più alta: la Punta Batian (5195 m) per poi ritornare in prigionia, consapevole di rischiare la vita o delle punizioni brutali. Sono stati 17 giorni di fuga con cibo per 10, Benuzzi non centra l’obiettivo "massimo" del Batian anche se ha affrontato una dura e rischiosa salita, fin oltre i 4910 metri della Punta Dutton lungo la cresta nord-ovest. Benuzzi e il compagno conquistano però la punta Lenana dove issano la bandiera italiana e lasciano un messaggio con le loro firme in una bottiglia.

La corsa agli ottomila
La salita della parete nord dell’Eiger nel 1938 pone fine all’alpinismo esplorativo sulle alpi e con la fine della guerra, l’Italia prova a mettersi in corsa alla conquista di un ottomila, e nel 1954 guidata da Ardito Desio sceglie il K2. In quel periodo erano stati saliti dalle altre nazioni solo tre colossi Himalayani, e tutto il paese segue con ansia la spedizione che il 31 luglio posa il tricolore in vetta. L’alpinismo extraeuropeo italiano in quell’anno non è mai stato così popolare, tutti i giornali e le radio mettono in prima pagina il K2, i partecipanti al ritorno in patria vengono accolti come degli eroi, e l’orgoglio di essere italiani rinasce, dopo un periodo triste e buio. Su “La Stampa” Paolo Monelli scrive:”Per quel tricolore legato al manico di una piccozza piantata sulla più alta vetta del mondo che fosse tuttora inviolata, oggi noi italiani andiamo per via come ci fossimo messi un fiore all’occhiello, con passo più alacre, con cuore più lieve”.
Come sulle Alpi, anche nelle altre regioni del globo, vi è una prima fase alpinistica relativa alle conquiste degli ottomila per la via più facile, e una seconda fase che comprende la conquista delle montagne meno alte ma per itinerari diretti e molto difficili; e così quattro anni più tardi, sempre nel Karakorum, viene salita un’altra montagna, un “quasi ottomila”: il Gasherbrum IV. La spedizione è capitanata da Riccardo Cassin, con dei partecipanti famosi e preparati: Walter Bonatti, Carlo Mauri e l’orientalista Fosco Maraini. La salita del G IV è un qualcosa di eccezionale, dopo diversi tentativi, il 6 agosto, Bonatti e Mauri aprono una via di misto sullo sperone nord-est e raggiungono la vetta. Per una seconda ascensione si deve aspettare quasi trent’anni e ancora oggi la salita al G IV è definita tra le più difficili del Karakorum. Non passa neanche un anno che una spedizione diretta da Guido Monzino e composta in prevalenza da alpinisti di Valtournanche, si reca alle pendici del Hispar Mustagh per salire il Kanjut Sar (7760 m). Il 19 luglio il valdostano Camillo Pellissier, raggiunge sfinito la vetta dopo una lunga traversata in solitaria.

Le spedizioni sezionali del CAI

La fine degli anni ‘50 e inizi ‘60 furono anni di maggior vigore per le spedizioni italiane, lanciate dalla vittoria al K2, e stimolate dalla corsa agli ottomila ad opera delle nazioni più forti, aumentavano sempre di più i numeri delle spedizioni  (sezionali) che il CAI organizzava nelle varie città, spesso con programmi imponenti e vittorie clamorose. Una di queste è la salita, nel 1961, allo sperone sud del Mount McKinley in Alaska da parte della spedizione del CAI di Lecco capitanata da Riccardo Cassin, una magnifica via oggi definita da tutti gli alpinisti  “la classica del Denali”.
Un’altra è la salita del 1959 al Saraghrar Peak (7349 m) la quarta montagna più alta dell’Hindu Kush, guidata da Fosco Maraini, che ha tra i partecipanti il romano Carlo Alberto Pinelli che due anni più tardi vedremo come capo spedizione nella salita al Baba Tangi (6513 m) nell’Hindu Kush afghano. Spostandoci in tutt’altro continente, più precisamente nelle Ande peruviane la spedizione “Italia 61” guidata da Giuseppe Dionisi al Pucahirca centrale (6014 m), issa il gagliardetto del CAI Torino in vetta a una delle montagne più impegnative del sud America; nei giorni successivi, il gruppo torinese scala la Punta Union, il Nevado Isabella, il Nevado Superga ed il Nevado Italia 61.

Lo stile alpino, le solitarie

Con il boom economico degli anni ‘70, raggiungere le alte e lontane catene montuose diventa semplice, e contemporaneamente alle spedizioni composte da numerosi alpinisti, aumentano anche quelle leggere composte da un paio di persone, e quelle leggerissime, realizzate da alpinisti solitari. Tra questi spicca il nome di Reinold Messner che esordisce partecipando alla spedizione tedesca del 1970 al Nanga Parbat dove in discesa dalla vetta perde il fratello Gunther sotto a una valanga. Dopo questo tremendo incidente la sua passione per la montagna non cambia, anzi con il passare degli anni diventa talmente forte che lo porta a diventare il primo uomo al mondo ad aver salito tutti gli ottomila senza ossigeno. Gli himalaysti cominciano a cambiare il loro modo di affrontare le grandi vette extraeuropee, con la fine degli anni ‘70 e inizi ‘80 l’idea di “conquistare” una montagna non piace più a nessuno. Salite senza ossigeno, traversate, concatenamenti, solitarie: tutti stili che rendono le scalate più affascinanti, complesse, quasi a voler incoronare la cima che in certi momenti passa persino in secondo piano. Non importa raggiungerla: quel che conta è come, per quale linea e con che mezzi. Nell’estate del 1975 Messner con Peter Habeler scala la nord del Gasherbrum I (8068 m); l’ascensione avviene in “stile alpino” ovvero senza portatori d’alta quota, senza campi intermedi, senza ossigeno e senza le tanto usate corde fisse. Due soli uomini, si sono portati in spalla i sacchi, la tendina i viveri e qualche chiodo, proprio come in una normale ascensione sulle Alpi.
Oltre a Messner un altro rappresentante italiano di alpinismo e himalaysmo ad alto livello è Renato Casarotto che compie nel 1977, un'impresa eccezionale, allora impensabile e tutt’ora irripetuta: in 17 giorni apre da solo una grandiosa via nuova sulla parete nord del Huascaran, nella Cordillera Blanca. Nel 1979 lega il suo nome al mitico Pilastro Nord del Fitz Roy, e nel 1983 effettua un'altra tappa importantissima nella storia dell'alpinismo extraeuropeo: la prima scalata dell'inviolato sperone settentrionale del Broad Peak Nord (7600 m), la più alta montagna del Pakistan ancora da scalare, una salita di 2500 metri di dislivello durata ben 10 giorni, sempre in solitaria con solo la moglie Goretta ad aspettarlo al campo base; tre anni dopo sempre in Pakistan nel tentativo di ripetere la famosissima Magik Line al K2 a trecento metri dalla vetta rinuncia e torna indietro ma a qualche centinaio di metri dalla tenda del Campo Base quando ormai le difficoltà erano finite cade in un crepaccio e muore:” Lui ora era lì sul ghiacciaio che lo aveva tradito, vegliato dagli amici che attenderanno l'alba e per un atto di pietà restituiranno al mostro la sua vittima. Passai la notte a vegliare su Julie e Goretta: prima del sorgere del sole, risalii fino al ghiacciaio per l'ultimo saluto ad un amico.”(Agostino Da Polenza, Everest - K2 Montagne di sogno)
Tornando qualche anno indietro, precisamente nel 1981 il CAAI Occidentale organizza una spedizione al Changabang nel Garhwal e raggiungono la vetta Ugo Manera e Lino Castiglia per il pilastro sud il 18 ottobre dopo una entusiasmante salita di 1000 metri su un itinerario gradato TD superiore. La salita è molto importante visto che viene effettuata su una delle montagne simbolo dell’alta difficoltà.

Dagli anni novanta ad oggi

Con il nuovo millennio l’alpinismo extraeuropeo italiano diventa protagonista in una specialità che per moltissimo tempo veniva attribuita ai polacchi, gli ottomila in inverno. Simone Moro e Piotr Morawski il 14 gennaio del 2005 raggiungono lo Shisha Pangma, finalmente in fondo alla lista delle prime invernali compare un cognome italiano. Passa qualche anno e sempre Moro nel 2009 con il fuoriclasse Denis Urubho riesce nella prima invernale al Makalu, le temperature sono intorno ai -40 con venti forti e pendii completamente ghiacciati, salgono la montagna in pochissimo tempo grazie alla loro ottima condizione fisica e all’enorme esperienza accumulata durante le numerose spedizioni passate.
Comincia anche a prevalere l’alpinismo femminile, la rappresentante italiana è Nives Meroi che con il marito Romano Benet hanno scalato ben 11 ottomila, mettendosi in corsa per diventare la prima donna a raggiungere tutti i 14 colossi himalayani;corsa, che però oggi ha in parte abbandonato, visto che una coreana è riuscita nell’intento e dopo qualche settimana anche la spagnola Edurne Pasaban.
Sono anche gli anni delle vie nuove come la nord del Gasherbrum II effettuata il 17 luglio del 2007 da Michele Compagnoni, Daniele Bernasconi e Karl Untherkircher, quest’ultimo un anno più tardi durante l'ascesa di una via sul versante Rakhiot del Nanga Parbat, cadde in un crepaccio e, secondo le testimonianze dei suoi due compagni di cordata Walter Nones  e  Simon Kehrer, morì pressoché all'istante a causa della caduta di circa 15 metri. Non potendo tornare indietro Nones e Kehrer hanno inizialmente proseguito verso l'alto per poi incrociare la via normale più sicura. Subito è stata organizzata una missione di soccorso dall’Italia che è arrivata in Pakistan il 18 luglio. Una volta raggiunto il luogo i soccorritori hanno sorvolato il Nanga Parbat con un elicottero dell'esercito pakistano, notando una tenda dove si sono accampati Nones e Kehrer, poco lontani dal luogo dove è caduto Unterkircher. Il giorno dopo la spedizione di soccorso è riuscita a calare un telefono satellitare e dei viveri, potendo quindi mettersi in contatto con Nones e Kehrer. Il 24 luglio, dopo dieci giorni di spedizione, e alcuni giorni di rinvio per le cattive condizioni meteo, i due alpinisti sono scesi fino a quota 5.700 m, dove un elicottero li ha tratti in salvo. Questa vicenda ha riempito le pagine di tutti i giornali italiani ed anche europei, creando polemiche e discussioni che ancora oggi ogni tanto riemergono.

Conclusioni

Sono passati più di cent’anni dalla salita di Craveri, gli italiani hanno viaggiato sulle montagne del mondo con diverse motivazioni, da uno spirito esplorativo colonizzatore, a uno spirito alpinistico riflessivo. Può darsi che oggi gli alpinisti si spingano sulle montagne extraeuropee perché sulle alpi sia ormai tutto esaurito, oppure la curiosità di provare i propri limiti in terre diverse, e la voglia di confrontarsi e di scrivere un piccolo pezzo di storia dell’himalaysmo li carichi e motivi a continuare ad andare a scalare. I campi base dei colossi himalayani, o i paesi come Kathmandu, sono diventati punti d’incontro e di scambi d’opinioni, dove si parla del passato per conoscere il presente, certe volte all’interno di una tenda ai piedi dell’Everest, davanti a un the fumante e una tenue luce, gli animi degli scalatori si uniscono per condividere le paure e le gioie trovate in parete, e il più delle volte tra le mille parole fanno un riferimento ai loro antenati, ai primi pionieri che li hanno preceduti con vecchie piccozze e zaini scomodi e pesanti li fanno in modo che possano confortarsi farsi coraggio.
In quest’evoluzione delle spedizioni sono cambiati gli stili, grazie alle nuove tecnologie le salite possono essere più veloci e leggere, più persone oggi raggiungono un ottomila, molti professionisti riescono attraverso alle sponsorizzazioni a vivere di montagna e di viaggi extraeuropei, attraverso internet le distanze di comunicazione si sono accorciate; ma sicuramente le emozioni che si provano una volta raggiunta una cima extraeuropea in inverno, in stile alpino, in solitaria, o per una via nuova, sono le stesse che accomunano tutte le imprese nella storia dell’alpinismo extraeuropeo.
 




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