CISDAE+-+Spedizioni
Anno
2010
Ente Organizzativo
CAI Torino
Nazione
Tagikistan
Montagne
Kommunizma (Pik)
Korjenevskoy (Pik)
Data Spedizione Inizio
22/07/2010
Data Spedizione Inizio
22/07/2010
Data Spedizione Fine
22/08/2010
Data di Vetta
14/08/2010
Link WEB
www.cisdae.it
Itinerario Versante di Salita
Normale (vedi diario di viaggio in note)
Difficoltà Intinerario
Alta quota ghiaccio e misto (vedi diario di viaggio in note)
Itinerario Versante di Discesa
Stesso di salita
Capo Spedizione
Daniele Rambaldi
Partecipanti
Maria Grazia Bonacini (CAI – Sezione di Milano)
Edoardo Martelli (CAI – Sezione di Torino)
Alberto Pedrotti (CAI – Sezione Società Alpinisti Tridentini, Sottosezione Borgo Valsugana)
Daniele Rambaldi (CAI – Sezione di Porretta Terme – BO)
Condizioni Meteo
Buone
DIARIO DI VIAGGIO

PAMIR 2010(Tagikistan)Korjenevskaya Peak – 7105 mIsmail Somoni (Communism) Peak – 7495 m22 Luglio 2010Dopo tre giorni passati a preparare il bagaglio con la massima concentrazione per non dimenticare nulla di essenziale, finalmente è arrivato il giorno della partenza. Ieri sera Virginia, mia figlia di sette anni, mi ha affidato il suo elefantino affinché lo portassi in vetta, così come era avvenuto lo scorso Dicembre per l’Aconcagua. Saluto anche Valentina, moglie compiacente e comprensiva che con il suo amore mi permette di realizzare i miei sogni, anche quando questi comportano mesi di allenamenti e di lontananza reciproca. Ci rivedremo, infatti, solamente all’inizio di settembre, quando anche loro saranno tornate dal viaggio in Cina che hanno programmato di fare.Mi alzo verso le 8:00 quando la casa è ormai vuota: Virginia è al centro estivo e Valentina è già al lavoro. Con molta calma faccio colazione e mi preparo a partire alla volta dell’Aeroporto di Milano Malpensa, dove arriverò verso le 11:30. All’aeroporto incontro prima Daniele, il capo della spedizione, e poi Maria Grazia ed Alberto, gli altri due amici che parteciperanno alla spedizione in Pamir.Sbrighiamo tutte le operazioni per imbarcarci sul primo dei due voli che ci porteranno a Dushanbe, capitale del Tagikistan, paese teatro della nostra avventura. Per fortuna il nostro bagaglio risulta del peso giusto per non pagare la sovrattassa, anche grazie al fatto che abbiamo provveduto a spedire un bidone pieno di materiale un mese fa.Verso le 15:00 decolliamo alla volta di Riga, nostro scalo intermedio. L’antica cittadina baltica ci accoglie con una giornata calda e molto soleggiata; peccato non potersi fermare per una notte a godere della romantica atmosfera offerta da una delle poche cittadine in stile tedesco rimaste integre dopo la seconda guerra mondiale. Alle 20:30 circa, infatti, dobbiamo decollare alla volta di Dushanbe, dove arriveremo verso le 4:00 del mattino seguente.23 Luglio 2010Alle 4:00 del mattino circa, atterriamo dunque a Dushanbe (abbiamo 3 ore di fuso in avanti rispetto all’Italia); per la prima volta mi è capitato di dover pagare su un volo di linea lo spuntino! Segno dei tempi che cambiano!Sbrighiamo le lunghe pratiche burocratiche per ottenere il visto di ingresso in Tagikistan, resti del pesante apparato dell’ex impero sovietico, assistiti da un giovane impiegato un po’ assonnato, che pur avendo un moderno computer sulla scrivania, è costretto a compilare tutti i moduli a mano.Verso le 6:00 finalmente lasciamo l’aeroporto a bordo di un pullmino messo a disposizione dall’agenzia locale, diretti al nostro albergo. Percorriamo alcuni viali alberati della città, tutti molto larghi; i palazzi che ci scorrono a fianco hanno stili molto diversi tra loro: si passa da enormi e pesantissime costruzioni, eredità del periodo sovietico, a palazzi dall’aspetto orientaleggiante, segno della vicinanza con paesi come l’Afganistan, il Pakistan e la Cina.Il nostro albergo ha un’aria spettrale; esso appartiene alla prima categoria di costruzioni osservate durante il breve tragitto dall’aeroporto, e si affaccia su un’ampia piazza al centro della quale troneggiano una grande fontana e un gigantesco monumento in bronzo. La facciata è grigia e avvolge da un lato la piazza; non ha balconi, ma solamente una schiera infinita di finestre rettangolari tutte uguali con gli infissi metallici che luccicano alla prima luce del giorno. All’interno l’atmosfera è ancora più angosciante: superato l’ingresso ci si para davanti un gigantesco scalone a rampe incrociate coperto da tappeti usurati da infiniti passaggi che porta ai piani superiori. Gli spazi sono ampissimi, segno di un preteso fasto ex sovietico ormai in decadenza a causa della palese mancanza di fondi. Ho l’impressione che da un momento all’altro possano comparire sinistri figuri appartenenti alla mafia russa armati fino ai denti per partecipare ad un incontro al vertice in una delle sale dell’albergo. Ad ogni piano è presente un desco presidiato da una signora addetta a “soccorrere” i clienti in cerca della propria camera. Il soffitto è ornato da un rivestimento di polistirolo espanso tutto ingiallito che in alcuni punti ha cominciato a scollarsi, mentre l’intera struttura è sorretta da massicci pilastri a base quadrata rivestiti di marmo grigio di pessima qualità. Le nostre stanze al quinto piano assomigliano più a dei piccoli appartamenti che a stanze d’albergo: esse sono dotate di un salotto e di due bagni, con il water in un locale ed il lavandino con la vasca nell’altro; l’arredamento raggiunge livelli di squallore mai visto: tende di materiale sintetico rosa alle finestre, mobili in truciolato chiaro con evidenti segni di usura, poltrone con struttura in legno giallastro e rivestimento in finta pelle verde scuro, mentre i letti sono semplicemente costituiti da reti metalliche sfondate con un materasso appoggiato sopra.In uno dei locali al pian terreno dell’albergo riusciamo a farci servire un’abbondante colazione a base di pane, marmellata, miele, uova e assaggiamo il famoso the verde che ci accompagnerà per molti giorni al campo base. Ci appisoliamo un paio d’ore per smaltire la stanchezza del volo per poi uscire in cerca di un posto dove pranzare. Percorriamo ancora enormi viali alberati lungo i quali sorgono teatri, biblioteche di vario genere e palazzi governativi, fino alla piazza principale della città, costituita da una larga spianata sulla quale si erge un imponente monumento in granito rosso di Ismail Somoni, fondatore del Tagikistan, sovrastato da una specie di arco di trionfo alto e stretto. Alla fine del nostro girovagare approdiamo in una specie di self-service russo dove gustiamo un po’ di pollo arrosto guarnito con riso e verdure.Nel pomeriggio passeggiamo ancora per i vialoni di Dushanbe in cerca di qualcosa di interessante da vedere, senza trovare nulla di significativo.La sera abbiamo la prima riunione con la Signora Rano, coordinatrice dell’agenzia locale che organizza le spedizioni in Pamir, per capire quando ci porteranno all’aeroporto per prendere l’elicottero per il campo base. Si rivelerà un vero e proprio disastro! Un misto di totale disorganizzazione e pressapochismo, estremamente fanfarona e pasticciona.Intavoliamo subito una discussione sul ricevimento del nostro bidone di materiale spedito dall’Italia alla sua attenzione: il bidone è stato effettivamente ritirato, ma la signora Rano prova a sostenere la tesi che dobbiamo ancora pagare le tasse di sdoganamento. In realtà le facciamo presente, documenti alla mano portati da Daniele, che abbiamo già saldato la differenza alla nostra agenzia in Italia e che a lei non dobbiamo più un soldo: a quel punto le sovviene (caso strano) che le è arrivata comunicazione in merito! Ci proveranno sempre!Per quanto riguarda il trasferimento in elicottero al campo base, ci comunica dapprima, con l’aiuto di un precario interprete russo-inglese, che, anche se noi siamo prenotati per il volo del 25 Luglio, verremo trasferiti a Djirgital, uno sperduto villaggio in mezzo alle montagne tra Dushanbe ed il campo base, già domani. L’appuntamento viene fissato in un primo momento per le 9:00, poi per le 7:30 e infine per le 6:30; hanno le idee chiare!Nel frattempo scopriamo che il nostro albergo ospita tutti i componenti delle spedizioni che si apprestano a salire montagne in Pamir; ci colpisce particolarmente la presenza di un folto gruppo di iraniani (undici) intenzionati a salire il Somoni Peak sponsorizzati da aziende del loro paese. Tra loro sono presenti anche due ragazze che indossano i tradizionali abiti iraniani con il velo che copre loro la testa.Ceniamo nello stesso ristorante dove la mattina avevamo fatto colazione con una pietanza che avrebbe dovuto essere, secondo il menu, una bistecca, ma che quando ci è stata servita si è rivelata un polpettone. Verso le 11:00 ci ritiriamo nelle nostre stanze, dato che domani ci attenderà una discreta levataccia.24 Luglio 2010Per essere puntuali all’appuntamento ci svegliamo alle 5:45, portiamo i nostri bagagli nella hall dell’albergo, e immediatamente ci vengono sequestrate le chiavi delle camere dalla signora addetta alla sorveglianza del nostro piano. Rimaniamo così in fiduciosa attesa del pulmino per l’aeroporto senza neanche aver potuto usufruire della colazione.Ben presto anche tutti i componenti delle altre spedizioni ospiti dell’albergo si sistemano sulla gradinata d’ingresso all’albergo insieme ai loro sacchi e borsoni.Alle 7:00 un ragazzo di una spedizione olandese ci comunica di aver appreso la notizia che della signora Rano e dei suoi pullman non si vedrà l’ombra fino alle 9:00.A coppie (Maria Grazia ed Alberto prima, e Daniele ed io poi) andiamo a fare un po’ di spesa nel vicino supermercato per smorzare la rabbia di essersi alzati presto inutilmente. Ci alterniamo quindi a fare la guardia ai bagagli seduti sulle panchine di fronte all’albergo, dove ogni tanto si avvicina un curioso personaggio, il quale sembra voglia farci delle fotografie a tutti i costi; parlando egli solamente russo non ci è, infatti, dato di capire fino in fondo cosa voglia da noi. Egli sfoggia una dentiera completamente dorata ed è completamente vestito di nero; ad un tratto estrae da una tasca della giacca una bustina di plastica trasparente che contiene una stranissima polverina verdastra, ne preleva un modesto quantitativo con la mano e se lo porta alla bocca; poi ne offre anche noi, che ovviamente rifiutiamo decisi. Non deve essere tutto sano!Il sole nel frattempo si alza e dai gradevoli 23°C del primo mattino si passa velocemente a 38°C!Alle 9:00 della signora Rano non c’è ancora nessuna traccia! L’appuntamento viene ancora rimandato fino alle 11:30.L’attesa diventa davvero eterna. Alla fine la signora Rano compare davanti al nostro albergo a bordo di un’utilitaria accompagnata da un autista, ma dei pullman che ci dovrebbero accompagnare all’aeroporto non si vede ancora l’ombra. A mezzogiorno, dopo sei ore di interminabile attesa sulla solita panchina, arrivano alcuni pullmini sui quali vengono fatti salire tutti i componenti delle altre spedizioni tranne quelli della spedizione iraniana e della nostra. Pare che ci sia un problema con i pagamenti tra le varie agenzie kazakhe e tagike che alla fine svanisce nel nulla dopo una serie infinita di telefonate fatte fare grazie al prezioso intervento della figlia quindicenne del capo del campo che sembra essere la più sveglia di tutti. Alla fine di tutte le discussioni mi si avvicina per sapere se siamo tranquilli e mi chiede se può farmi una domanda; naturalmente acconsento, e mi sento chiedere con tono stupito: “ Che cosa ci venite a fare voi, da un paese evoluto come l’Italia, in Tagikistan?” Stupito per la sua arguzia e per la sua malizia, le rispondo, quasi un po’ ingenuamente, che siamo interessati alle grandi montagne del Pamir, e che in Italia non ci sono montagne così imponenti. Resto comunque stupito dall’intelligenza e dall’apertura mentale di questa ragazzina che pur così giovane ha già una visione della vita e del mondo così matura e disincantata.Dopo averci ancora chiesto copia dell’assicurazione, finalmente, verso l’una del pomeriggio, sotto un sole cocente, saliamo sul pullmino diretto all’aeroporto. Giunti di fronte all’ingresso comincia la seconda parte dell’attesa che trascorriamo seduti nelle aiuole antistanti all’aerostazione, sempre con tutti i bagagli ed il materiale per la spedizione accatastati a terra sotto il sol leone.Passate altre due ore, cominciano a farci pesare il bagaglio da imbarcare sull’elicottero. Nella concitazione dell’operazione e nella confusione generale abbiamo la fortuna che il nostro bagaglio non venga pesato: avremmo, infatti, avuto circa 30 kg di sovrappeso che ci sarebbero costati circa 90€ di sovrattassa. Dichiariamo quindi sulla fiducia che il nostro materiale non supera i canonici 30 kg a testa, ovvero i 120 kg complessivi.Alle 17:00 circa veniamo imbarcati su un elicottero militare dell’ex aeronautica sovietica che reca sulla fusoliera la scritta “Air Tajik”. Veniamo sistemati sulle panche poste sui lati dell’abitacolo con la montagna di borsoni e zaini in mezzo. Per guardare fuori dagli oblò siamo costretti a ruotare all’indietro su noi stessi assumendo una posizione davvero scomoda. Una volta sistemati a bordo e chiuso il portellone posteriore dal quale sono stati caricati i bagagli, cominciamo a sentire il sibilo della prima turbina dell’elicottero che va in moto; dopo pochi istanti si sovrappone il fischio anche della seconda turbina ed il frastuono si fa ben presto assordante, quasi la punto da diventare insopportabile.Dagli oblò osserviamo finalmente l’ombra delle quattro pale del rotore principale che cominciano a ruotare e avvertiamo l’elicottero che inizia a dondolare violentemente. Il rombo si intensifica ulteriormente coinvolgendo nelle vibrazioni tutta la struttura del velivolo, e dopo una breve rincorsa sulla pista dell’aeroporto ci alziamo da terra alla volta di Djirgital.Dopo aver sorvolato parte della città il paesaggio si fa più selvaggio, e man mano che ci spostiamo verso est iniziamo a scorgere i primi rilievi montuosi, dapprima verdeggianti, poi sempre più aspri e brulli, costellati da piccoli villaggi collegati tra loro da impervie strade sterrate. Verso la fine del volo, che durerà circa un’ora, scorgiamo in lontananza anche le prime cime innevate.Atterriamo a Djirgital verso le 18:00 nella calda luce del tramonto che si approssima, dopo aver sorvolato una valle selvaggia e isolata solcata da un impetuoso fiume dall’acqua grigio-marrone.L’aeroporto di Djirgital è costituito da un grande prato con tracce d’asfalto qua e là, ai margini del quale si erge una costruzione anonima e grigiastra che scopriremo in seguito essere l’alloggiamento per i turisti in transito verso il campo base.Veniamo accolti da un folto gruppo di bambini vestiti con colori sgargianti incuriositi dall’elicottero, che non vedono l’ora di essere fotografati per poi riguardasi come in uno specchio magico negli schermi delle nostre macchine fotografiche.Alcune mucche pascolano placide ai margini del grande prato a sua volta raccolto tra filari di alti pioppi e più in lontananza da alture verdeggianti.Con fatica cerchiamo qualcuno che parli inglese per trovare una sistemazione per la notte. Nel frattempo intuiamo che si sono ammassati a Djirgital tutti i componenti delle spedizioni dirette al Communism Peak e al Korjenevskaya Peak, compresi quelli che avrebbero dovuto volare al campo base il 22 Luglio. Cominciamo a dubitare di poter raggiungere il tanto sospirato campo base già l’indomani, come era previsto dal nostro programma di viaggio. Finalmente, con l’aiuto dell’ennesima interprete, individuiamo il responsabile locale, un uomo dai capelli corti e brizzolati, con i baffi anch’essi un po’ imbiancati appoggiati su un viso magro, quasi scavato, il quale con la sua automobile si offre di accompagnarci presso la famiglia che ci ospiterà in una delle stanze della propria abitazione.Giunti a destinazione, ci affacciamo sul vialetto di ingresso al di là del cancello metallico e troviamo una graziosa casetta intonacata di bianco con il tetto in legno e gli infissi verniciati di azzurro che guarda un piccolo campo di patate, fonte di sostentamento per l’intera famiglia insieme a qualche gallina e ad un tacchino. La casa ha anche una piccola veranda sulla quale si affacciano le camere. Il padrone di casa, un contadino non tanto alto e corpulento, dalla faccia tondeggiante e dall’espressione bonaria, ci fa accomodare in una di queste; il pavimento della stanza è coperto da tappeti variopinti sui quali sono appoggiati alcuni cuscini quadrati, unico arredamento del nostro alloggiamento insieme a un piccolo trumeau sormontato da uno specchio senza cornice. Il soffitto è decorato con colori accesi che vanno dal bianco, all’azzurro al rosa, con uno stile che oscilla tra l’orientaleggiante, il nordafricano ed il russo: a tratti sembra di essere in una casa cinese, ma se ci si pensa bene anche in Marocco!In un’altra ala della casa vengono ospitati insieme a noi anche gli undici componenti della spedizione iraniana.Giunta l’ora di cena si affaccia alla porta della nostra stanza il gentilissimo padrone di casa portando mano un grosso telo di stoffa decorata, si inginocchia in mezzo alla stanza tra noi che sonnecchiamo sdraiati sui tappeti, e lo distende sul pavimento rivelando due gigantesche focacce rotonde lavorate a mano e cotte nel forno a legna. Completano la nostra cena qualche fetta di pomodoro accompagnata da cetrioli guarniti con un mazzetto di erbetta aromatica e una ciotola di brodo caldo.Consumiamo il frugale pasto sdraiati a terra sui tappeti in perfetto stile orientale, per poi sprofondare poco dopo in un profondo sonno ristoratore, coperti da pesanti trapunte decorate.25 Luglio 2010Ci svegliamo verso le 7:00 con il sole che accende i colori dei tappeti della nostra stanza facendo capolino dalle due finestre e dalla porta spalancata sulla piccola veranda. Ci viene servita la colazione con lo stesso rituale con cui la sera prima ci era stata offerta la cena e ci prepariamo per recarci a piedi all’aeroporto. All’atto di saldare il conto con il nostro ospite rimaniamo stupiti per il fatto che non voglia i nostri soldi: sembra quasi che sappia già che cosa ci riserverà la giornata che ci attende.Ringraziato a gesti il padrone di casa per la sua ospitalità, ci incamminiamo fiduciosi verso l’aeroporto percorrendo le stradine di Djirgital; lungo il percorso acquistiamo alcune bevande per tenerci ben idratati in vista della lunga permanenza in alta quota che ci attende, e in circa mezz’ora arriviamo all’aeroporto.Troviamo tutti i componenti delle altre spedizioni con le tende ancora montate nelle aiuole sul retro dell’ospizio in muratura e con i materassini stesi all’aria. L’elicottero è ancora fermo sulla pista dove lo avevamo lasciato la sera prima. Tutto intorno c’è un gran movimento di gente che parla, discute in tutte le lingue del mondo per cercare di capire come verranno organizzati i voli verso il campo base. Anche noi proviamo a farci avanti con difficoltà, dato che sono estremamente poche le persone che parlano inglese, mentre la maggior parte degli alpinisti presenti proviene da paesi nei quali il russo è una lingua conosciuta, come l’Ucraina, la Russia stessa, Israele, la Bulgaria, la Romania eccetera…, e quindi non hanno difficoltà a comunicare con gli organizzatori. Ritrovata l’interprete, veniamo a sapere che il ritardo nelle partenze dell’elicottero è dovuto alla mancanza del kerosene e che forse è partita una cisterna da Dushanbe diretta a Djirgital. Per quanto riguarda i turni di volo non riusciamo a scoprire nulla: ci dicono che li devono organizzare in ufficio e che non l’hanno ancora fatto. Cominciamo bene!Siamo abbandonati in un villaggio sperduto tra le montagne del Tagikistan senza poter fare niente per risolvere la situazione! Decidiamo comunque, nonostante il sole si stia facendo sempre più caldo, di presidiare da vicino l’elicottero per non perdere eventuali possibilità di essere imbarcati e per captare ogni segnale di novità sulla situazione. La lunga attesa sotto il sole cocente dei circa 1700 m di quota sulla pista dell’aeroporto di Djirgital costerà a Daniele un giorno e mezzo di febbre alta al campo base!Improvvisamente verso le 10:00 del mattino, tra le urla di giubilo degli alpinisti, compare il camion cisterna arancione con il kerosene per l’elicottero; possono cominciare i voli per il campo base!Attraverso estenuanti rincorse delle uniche due persone tra il personale dell’organizzazione che parlano inglese, riusciamo a scoprire che il primo volo sarà dedicato esclusivamente al trasporto di materiale per il campo e del personale di servizio, e che nessun componente di nessuna spedizione ne prenderà parte.Assistiamo incuriositi alle operazioni di rifornimento del combustibile e di imbarco del materiale, fino a quando finalmente l’elicottero decolla e si dirige, sorvolando una valle antistante all’aeroporto, verso il campo base. Ricomincia l’attesa.Dopo qualche decina di minuti dal decollo dell’elicottero, alcuni alpinisti di altre spedizioni protestano per la carenza di programmazione dei voli e chiedono che venga stilata una lista con i turni di volo. Alla fine hanno la meglio sugli organizzatori, e i foglietti di carta sparsi nelle mani dei vari addetti vengono composti in una lista più o meno ordinata di voli numerati con elencati i nomi delle singole persone che vi prenderanno parte.Apprendiamo così che decolleremo alla volta del campo base con il volo numero 7, il quale con ogni probabilità, verrà effettuato solamente il giorno seguente. Rimaniamo in ogni caso nei pressi della pista per essere sicuri che non vengano apportate correzioni arbitrarie alla lista appena compilata.All’ora di pranzo ci allontaniamo momentaneamente per andare a mangiare in uno strano ristorante dove gustiamo gulasch all’ombra di un terrazzo coperto posto al primo piano di un edificio in muratura intonacato di bianco con le finiture delle porte e delle finestre in legno scolpito.Nel pomeriggio torniamo nei pressi della pista dove appuriamo con certezza che il nostro volo verrà effettuato come secondo del giorno seguente, verso le 8:00 del mattino.Attendiamo che si concludano i voli previsti per la giornata e poi ci rechiamo alla nostra abitazione dove ci accoglie nuovamente il padrone di casa a braccia aperte, il quale probabilmente aveva già intuito tutto fin dal mattino.La serata trascorre identica a quella precedente nella monotonia tipica della vita rurale di tutto il mondo.26 Luglio 2010Ci alziamo presto per non rischiare di perdere il volo e saltiamo la colazione per la stessa ragione. Ripercorriamo ancora una volta le viuzze deserte di Djirgital diretti all’eliporto. Alle sei del mattino siamo stati svegliati dal rombo del primo elicottero diretto al campo base e abbiamo stimato che nel giro di un’ora sarebbe stato di ritorno per trasportare noi.Arrivati in aeroporto portiamo sul piazzale il nostro materiale che era rimasto chiuso in uno stanzino dell’ospizio per gli alpinisti in transito, affinché possa essere caricato sull’elicottero. Appena terminato il nostro lavoro sentiamo in lontananza l’ormai noto sibilo dell’elicottero che si appresta ad atterrare. Una volta al suolo, mentre noi carichiamo insieme ai componenti di una spedizione ucraina piuttosto pittoreschi (hanno al seguito anche una chitarra e continuano a gridare e a ridere in modo molto sguaiato), il personale addetto al rifornimento riempie di kerosene i serbatoi dell’elicottero.Terminate le operazioni di imbarco decolliamo alla volta del campo base, il Moskvina Camp a 4300 m di quota.Finalmente la nostra avventura entra nel vivo: vedremo tra poco le tanto sospirate montagne del Pamir. Per me sarà la prima volta che potrò ammirare dal vivo montagne più alte di 7000 m! La giornata per fortuna è serena e soleggiata, così potremo ammirare anche dall’alto il paesaggio che ci circonderà per ben venticinque giorni.L’elicottero ripete le stesse manovre del giorno precedente e si stacca nuovamente dal suolo con noi a bordo. Riappaiono dapprima le verdi alture che avevamo potuto osservare la sera prima; poi, imboccata una profonda valle ancora verdeggiante e solcata dalla solita stradina sterrata, lentamente guadagniamo quota. Il territorio sotto di noi, a mano a mano che procediamo, diventa sempre più impervio. Alle verdi colline si sostituiscono ben presto montagne rocciose e ripide, montagne “giovani” e per questo estremamente scoscese. Mentre ci addentriamo sempre più tra le montagne del Pamir scorgiamo le prime cime coperte di ghiaccio che riflettono, accecandoci, la luce del sole. Nel fondo delle valli ai fiumi si sostituiscono immensi e tortuosi ghiacciai coperti di pietrisco scuro e martoriati da innumerevoli crepacci. La loro dimensione e la loro lunghezza sono impressionanti: coprono decine se non centinaia di chilometri di fondo valle incassati tra pareti di rocciose vertiginose rese minacciose dal loro colore grigio scuro.All’improvviso scorgiamo dall’oblò dell’elicottero dietro di noi montagne ben più alte della quota alla quale stiamo volando: sono i sospirati 7000! Fanno quasi paura per la loro imponenza e maestosità. La neve ed il ghiaccio sono in grado di rimanere appesi in verticale sui loro fianchi a causa delle temperature rigidissime che regnano a quelle altezze, e creano figure simili a chilometriche canne d’organo. Ogni piccola sporgenza della roccia crea coni di neve alti migliaia di metri lungo le enormi bastionate; l’effetto è una profonda rigatura delle pareti che ne accentua la verticalità.Vedo montagne a perdita d’occhio in tutte le direzioni; la sensazione è di isolamento estremo. Voliamo per decine di minuti osservando dall’alto solamente montagne e valli desolate. Ad un certo punto i motori dell’elicottero sembrano fare fatica a mantenere in quota il velivolo che è costretto a salire ulteriormente; consulto l’altimetro e constato che abbiamo ormai raggiunto una quota di circa 5000 m. Spio in avanti e scorgo un colle altissimo sulla nostra rotta, completamente roccioso, e che sembra volerci sbarrare la strada. Con le turbine al massimo regime guadagniamo ancora qualche metro di quota, superiamo il colle sfiorando l’affilata cresta di roccia grigia, e poi ci abbassiamo nella tortuosa valle scavata dal ghiacciaio Fortambek. Percorriamo la valle fino ad un’enorme spianata in corrispondenza della quale confluiscono da destra i ghiacciai Valter e Traube che lambiscono le propaggini del Communism Peak (7495 m) e da sinistra il ghiacciaio Moskvina che scende dal Peak Four’s (6299 m) incorniciando le morene del Korjenevskaya Peak (7105 m). Sulla morena che separa il ghiacciaio Moskvina dal ghiacciaio Valter, a circa 4300 m di quota, è posto il Moskvina Camp, il campo base dove siamo diretti.Mi oriento immediatamente dopo aver riconosciuto la sagoma del Communism Peak e del Korjenevskaya Peak, meta della nostra spedizione, per averle viste numerose volte in fotografia. L’emozione che provo è fortissima; mi rendo immediatamente conto delle reali dimensioni di questi due giganti di roccia e di ghiaccio. Quasi non riesco a scorgerne la cima dall’oblò dell’elicottero che si approssima all’atterraggio sul prato antistante al campo base.Compiamo infine un’ampia virata nella conca del ghiacciaio Valter ai piedi del pilastro Borodkin che costituisce il primo tratto della via di salita al Communism Peak, per allinearci alla direzione del vento e atterrare tra le strutture del campo base ed un piccolo lago che lo separa dalla seraccata del ghiacciaio Valter. Il pilastro Borodkin è una struttura alta quasi duemila metri che sporge dall’anfiteatro di roccia che sorregge l’enorme plateau di neve adagiato alla base del Communism Peak a oltre 6000 m di quota; è completamente coperto di ghiaccio e martoriato da seracchi che ne interrompono a tratti il profilo. Dal plateau di neve, la cui presenza dal basso possiamo solamente intuire, si erge per un altro chilometro verso l’alto il Dushanbe Peak (6950 m), il quale fa da spalla all’imponente e scura parete rocciosa terminale del Communism Peak. Questa enorme struttura nerastra sporge, abbassandosi in direzione del campo base, fino a culminare nell’Hohlov Peak (6640 m) e assomiglia ad una gigantesca scapola protesa verso il cielo. Essa è inoltre solcata da piccole (a causa della grande distanza dalla quale la osserviamo) rigature nevose prevalentemente orizzontali che le danno un aspetto quasi spettrale. A dire la verità essa non è particolarmente elegante, ma le sue dimensioni e la sua posizione arroccata sul plateau di neve, la rendono estremamente possente, per certi aspetti simile alla parete nord dell’Everest, anche se di dimensioni notevolmente inferiori.Atterriamo a fianco del già citato lago glaciale, ad alcune decine di metri dal campo base. Scarichiamo il materiale mentre l’elicottero mantiene in rotazione le pale per poter subito riprendere il volo. Siamo costretti a fare molta attenzione affinché nulla venga spazzato via dal vortice provocato dall’elicottero.Appena l’elicottero si allontana e tutto intorno si fa di nuovo silenzioso, avvertiamo il senso di profondo isolamento che il luogo ispira.Trasciniamo i nostri bagagli verso la piccola altura sulla quale è posta la struttura principale del campo: un edificio di lamiera con delle ampie vetrate che guardano verso il lago ed il Communism Peak adibito a mensa comune per gli alpinisti.Veniamo alloggiati in una comodissima tenda a strisce bianche e azzurre sorretta da una robusta struttura in legno, la quale assomiglia più ad una piccola capanna che a una vera e propria tenda. Al suo interno un tavolaccio anch’esso in legno funge da letto e può ospitare quattro persone.Trascorriamo il pomeriggio a sistemare i bagagli e a prendere lentamente confidenza con il nuovo ambiente che ci circonda.La giornata continua ad essere soleggiata; solamente qualche nuvola di evaporazione nasconde parzialmente alla vista le cime più elevate. La temperatura rimane gradevole e non diverrà particolarmente rigida neanche al calar del sole.Ceniamo nella penombra del grande salone vetrato mentre gli ultimi raggi di sole indorano i ghiacciai del Communism Peak.27 Luglio 2010Ci alziamo con calma, e richiamati dal suono del gong realizzato con una vecchia camicia di proiettile da mortaio appesa ad un trespolo, ci rechiamo nell’ormai noto salone vetrato per la colazione.La giornata è ancora soleggiata, anche se calda, forse troppo calda per la quota alla quale ci troviamo. Qualche nuvola di evaporazione si presenterà presto all’orizzonte.Alberto, Maria Grazia ed io decidiamo di cominciare ad esplorare i dintorni del campo in direzione del primo campo del Korjenevskaya; in questo modo favoriamo il nostro acclimatamento all’alta quota e iniziamo a prendere confidenza con la montagna.Attraversiamo in direzione nord la tormentata seraccata del ghiacciaio Moskvina ai margini della quale è posto il campo base, seguendo i rari ometti di pietre accatastate che troviamo lungo il percorso. Siamo circondati da imponenti cattedrali di ghiaccio che costituiscono un mondo a se stante rispetto al resto del paesaggio; all’interno della seraccata si scorge, infatti, solamente ghiaccio in tutte le direzioni; in alcuni punti non riusciamo neanche più a vedere le enormi montagne che sovrastano la conca nella quale ci troviamo.Per procedere nella direzione desiderata siamo costretti ad effettuare eterne giravolte per evitare i passaggi più ripidi sui seracchi ed i crepacci più ampi; saltiamo sopra abissi di cui alle volte è difficile scorgere la fine o su rivoli d’acqua che solcano il ghiacciaio creando artistici ricami sulla sua superficie. Data la brevità del tragitto e grazie all’abbondante presenza di ghiaia trasportata dal ghiacciaio sulla sua superficie, riusciamo a non calzare i ramponi.Dopo circa tre quarti d’ora di cammino nel magico labirinto approdiamo sulla morena dalla parte opposta del ghiacciaio. Iniziamo a camminare su un ripido sentiero pietroso che ben presto ci fa guadagnare quota fino a raggiungere una piccola sella dalla quale godiamo di una splendida visuale sui ghiacciai Moskvina, Valter e Traube che si incrociano per confluire nel poderoso ghiacciaio Fortambek proprio in corrispondenza del campo base.Sullo sfondo di fronte a noi in direzione sud, più alto di ben 3000 metri, ci sovrasta il Somoni Peak con la sua massa di ghiaccio che ricopre il Dushanbe Peak ed il pilastro Borodkin, mentre volgendo lo sguardo verso est siamo affascinati dalle eleganti forme del Four’s Peak e del Clara Zetkin Peak.Proseguiamo in discesa verso un evidente canalone preceduti da due persone che imboccandolo ci porteranno fuori strada. Saliamo in direzione del canalone dapprima su terreno pietroso, poi sulla neve marcia dello stretto nevaio che ricopre il fondo del canalone stesso. Nel punto più stretto e ripido, dalla neve emerge l’acqua tumultuosa e limacciosa del torrente; siamo costretti ad arrampicarci sulle rocce per evitare di caderci dentro e venire travolti dall’acqua. Il terreno diventa sempre più ripido ed impervio, raggiungiamo ben presto i due alpinisti che ci precedevano con zaini molto pesanti facendo attenzione a non far cadere troppe pietre, li sopravanziamo e saliamo fino ad una sella rocciosa dalla quale è possibile osservare la valle dalla quale siamo saliti. Ci rendiamo ben presto conto di aver sbagliato direzione, e nonostante le insistenze dei due alpinisti che abbiamo superato e che continuano a salire verso una bastionata quasi verticale che ci sovrasta convinti di essere sulla retta via, invertiamo la marcia e torniamo alla base del canalone, lasciandoli al loro destino: “Non vorranno mica aprire una nuova via sul Korjenevskaya?” - ci chiediamo l’un l’altro.Raggiunta la traccia di sentiero corretta ci chiediamo se valga la pena proseguire l’esplorazione verso il campo 1 o se non sia meglio tornare al campo base per il pranzo. Maria Grazia ed Alberto, non molto allettati dall’idea di mangiare le minestre offerte dai cuochi del campo base, decidono di proseguire la marcia, mentre io, confortato dalla presenza di un gruppo di alpinisti olandesi che si sta accingendo a tornare al campo base, preferisco nutrirmi in ogni caso, in vista degli sforzi fisici che ci aspettano nei giorni successivi.Maria Grazia ed Alberto raggiungono quota 4600 m circa e si fermano poco prima di dover affrontare la traversata sotto il fronte del ghiacciaio che scende dal versante sud-ovest del Korjenevskaya, mentre io, in compagnia degli Olandesi, arriverò al campo base giusto in tempo per il pranzo.Daniele nel frattempo è rimasto nel sacco a pelo tutta la mattinata a causa della febbre alta probabilmente causatagli dalla lunga permanenza sotto il sole a Djirgital sulla pista dell’aeroporto.Nel pomeriggio, tornati Alberto e Maria Grazia dalla loro ispezione, ci dedichiamo di nuovo tutti insieme all’esplorazione della morena che costeggia il ghiacciaio Valter e che conduce all’attacco del pilastro Borodkin.Durante queste prime escursioni mi rendo subito conto della forza e della preparazione fisica dei miei due compagni di spedizione, e soprattutto delle dimensioni delle montagne che ci stiamo accingendo ad affrontare. L’ambiente grandioso e selvaggio mi incute, non lo nascondo, un certo timore, anche se come avevo previsto prima della partenza, mi affascina enormemente. Misuro ogni movimento che devo compiere per avanzare sulle morene, che nonostante la loro semplicità, nascondono insidie ad ogni passo, come enormi massi basculanti che oscillano al nostro passaggio, blocchi di ghiaccio che si staccano dai seracchi, scivoli di ghiaia che ricoprono scivolosissimi pendii di ghiaccio levigato di colore scuro e compagnia cantando…Al rientro, in prossimità del lago che giace di fronte al campo base, veniamo premiati da uno splendido tramonto, che a causa della presenza di alcune nuvole a bassa quota (si fa per dire), incendia di colori caldissimi sia il cielo sia il laghetto.Arriviamo a cena leggermente in ritardo, ma comunque soddisfatti per le nostre esplorazioni.28 Luglio 2010Oggi decido di concedermi una giornata di riposo, dato che il tempo non è dei migliori. Insieme a Daniele, che nel frattempo si è leggermente ripreso dalla febbre, apriamo il bidone spedito dall’Italia con il nostro materiale tecnico per cominciare ad ordinarlo e a dividercelo.Maria Grazia ed Alberto, decisamente meno pigri di me, affrontano invece ancora una ricognizione sulle morene che circondano il campo base, questa volta in direzione est, verso il Four’s Peak (6299 m), un’elegantissima montagna dalla calotta innevata che chiude la valle dalla quale scende il ghiacciaio Moskvina lambendo le pendici del Korjenevskaya Peak. Arriveranno fino ad una quota di circa 4900 m, dove ha inizio l’impegnativa traversata della seraccata per coloro che hanno intenzione di scalare il Four’s Peak.Un altro ostacolo che ci costringe in ogni caso a presidiare da vicino la direzione del campo base è rappresentato dal fatto che le tende da alta quota da noi prenotate per mezzo dell’agenzia non risultano disponibili; con Daniele passiamo molto tempo a discutere con i responsabili del campo e con le guide per capire come risolvere la questione. Ci viene detto che le nostre tende sono a Djirgital in attesa di essere trasportate al campo base non appena sarà possibile far volare l’elicottero, ma la cosa ci lascia alquanto perplessi.Daniele ed io passiamo molte ore a chiacchierare piacevolmente di molti argomenti, tra i quali prevale ovviamente l’organizzazione e la pianificazione delle nostre attività nei giorni a seguire, circondati da uno scenario maestoso che a tratti fa capolino tra le nebbie che ci avvolgono quasi per tutto il giorno.29 Luglio 2010Anche oggi il tempo continua a fare i capricci: nuvole sparse avvolgono il campo base facendo cadere ogni tanto una fine pioggerella; la cosa che ci lascia più perplessi è la temperatura relativamente alta che caratterizza questi primi giorni di permanenza al campo base. I racconti di Daniele prima della nostra partenza narravano di un freddo intenso accompagnato, a volte, da nevicate brevi ma sufficienti ad imbiancare completamente il paesaggio: niente di tutto questo si è verificato fino ad ora.Continuano le nostre discussioni, sempre più risentite, con il responsabile del campo, per cercare di ottenere le tende da alta quota che ci spettano di diritto, secondo il contratto stipulato in Italia; i risultati però tardano a farsi vedere.Nel pomeriggio, per evitare di rimanere troppo fermi a rimuginare sui nostri problemi, Daniele ed io effettuiamo una seconda ricognizione sulla morena del ghiacciaio Valter in direzione del Somoni Peak, fino a raggiungere la spianata di sassi a 4500 m dove generalmente viene posizionato il campo base avanzato per affrontare nelle prime ore del mattino, con le temperature basse, la traversata esposta alla caduta di valanghe che porta all’attacco del pilastro Borodkin.Verso sera, parlando con il capo delle guide, Sergey Penzov, riusciamo ad ottenere in prestito per la mattina dopo una tenda da tre posti da trasportare al campo 1 del Korjenevskaya ed il permesso di utilizzarla per una notte. Ci viene infine garantito che fra due giorni, al nostro ritorno dall’escursione al campo 1 del Korjenevskaya che abbiamo intenzione di affrontare, le tende da noi richieste saranno finalmente portate con l’elicottero. Abbiamo ormai il sospetto che l’organizzazione, non avendo previsto di avere simili richieste, sia stata costretta in fretta e furia, ad acquistare due tende appositamente per noi.30 Luglio 2010Trascorsi due giorni di nuvole basse, al nostro risveglio, il Somoni Peak è nuovamente visibile, anche se notiamo subito che il sereno non è destinato a durare a lungo a causa delle correnti in quota che sono prevalentemente provenienti da sud, trasportando aria calda e carica di umidità che si condensa inesorabilmente a contatto con il vastissimo plateau di ghiaccio posto ai piedi del Dushanbe Peak.Dopo aver fatto colazione, allestiamo il necessario per trascorrere tutti e quattro due giorni in quota per iniziare il nostro acclimatamento alla quota: abbiamo, infatti, intenzione di passare una notte al primo campo del Korjenevskaya Peak ad una quota di circa 5100 m, grazie anche alla tenda prestataci dalle guide.Tra le 11:30 e mezzogiorno ci incamminiamo in direzione nord verso le bastionate del Korjenevskaya Peak. Come tre giorni fa, attraversiamo, questa volta un po’ più carichi, la seraccata del ghiacciaio Moskvina seguendo gli ometti in pietra che nel frattempo, grazie ai sempre più numerosi passaggi di alpinisti, sono diventati decisamente più numerosi ed evidenti.Maria Grazia ed Alberto, grazie alla loro eccellente forma fisica, prendono subito un discreto vantaggio su Daniele e me che procediamo più lentamente. Nonostante io possa andare ad un’andatura leggermente maggiore, mi accodo a Daniele che conosce bene la via e mi dà un enorme senso di sicurezza; ritengo inoltre non prudente lasciare Daniele procedere da solo su un terreno non difficile, ma che nasconde in ogni caso insidie e pericoli oggettivi non trascurabili a causa di passaggi di arrampicata un po’ esposti (anche se protetti da corde fisse) e dell’enorme fronte del ghiacciaio che scende dal Korjenevskaya sotto il quale siamo costretti a passare per affrontare la seconda parte della salita verso il campo 1.Superata la seraccata guadagniamo quota sulla morena posta sulla sponda opposta del ghiacciaio Moskvina fino alla sella in prossimità della quale tre giorni fa avevamo imboccato il canalone innevato che ci aveva portato fuori strada. Attraversato un leggero avvallamento, affrontiamo la ripidissima salita verso il secondo colle che si affaccia sulla valle dove sono posti i primi due campi del Korjenevskaya; questa salita rappresenta il primo grande sforzo fisico che dobbiamo affrontare per raggiungere il campo 1: essa è tagliata da un sentiero in cattive condizioni ricavato dal passaggio degli alpinisti su un terreno franoso che taglia il pendio con strettissimi zig-zag fino a raggiungere la quota di circa 4600 m.Dal colle proseguiamo a mezza costa quasi in piano sul lato orografico sinistro della valle ancora su un terreno roccioso abbastanza instabile; superiamo i due passaggi attrezzati con le corde fisse e arriviamo in vista dell’impressionante fronte del ghiacciaio che sbarra verso l’alto il vallone. La bastionata di ghiaccio, alta in alcuni punti anche un centinaio di metri, incombe minacciosa sulla parte bassa della valle con dei muraglioni pendenti di colore grigio scuro, solcati in verticale da striature rossicce provocate dalla caduta dei massi appoggiati sulla superficie del ghiacciaio. Sul fondo valle si notano giganteschi blocchi di ghiaccio precipitati dalla seraccata oltre al cumulo di massi trasportati a valle dal ghiacciaio.La traccia di sentiero passa proprio sotto questa impressionante barriera ghiacciata per poi proseguire sul lato opposto del ghiacciaio fino a portarsi al suo stesso livello. Attraversiamo con circospezione ma con rapidità il passaggio più pericoloso del nostro tragitto per poi proseguire sul ghiaione, ancora con pendenze importanti. Siamo ormai alla quota del Monte Bianco, e la fatica, anche a causa degli zaini pesanti che trasportiamo, comincia a farsi sentire.Ci inoltriamo in direzione nord- nordest a fianco del ghiacciaio continuando a guadagnare quota fino ad una marcata svolta verso ovest, dove ci aspetta l’ultima ripidissima rampa di ghiaioni sdrucciolevoli, prima di raggiungere il campo 1. Una lunga corda fissa ancorata alla bastionata rocciosa che costeggia il vallone ci facilita l’arduo compito. Al termine della rampa proseguiamo nuovamente in direzione nord- nordest lungo un pericoloso traverso solcato da ripidi nevai parzialmente ghiacciati e adagiati sul fondo di tre piccoli valloni; data la loro scarsa lunghezza, li affrontiamo senza ramponi, ma ad un certo punto, Daniele, che mi precede di qualche metro, scivola pericolosamente verso valle di un paio di metri arrestandosi per fortuna contro un cumulo di grossi massi poco più in basso. Per riprendere fiato gli occorrono alcuni minuti, trascorsi i quali, tenta inutilmente di rialzarsi; sarà costretto a sfilarsi lo zaino dalle spalle esibendosi in pericolosi giochi di equilibrio, dopodiché riuscirà a riguadagnare finalmente la traccia. Io rimango impotente ad osservare i suoi movimenti, dato che purtroppo non sono in una posizione di equilibrio sufficientemente stabile per poterlo aiutare, e soprattutto non dispongo di una corda.Anche Maria Grazia, ci racconta, ha avuto problemi nell’attraversare i delicati nevai che precedono l’arrivo al primo campo: ha addirittura dovuto abbandonare il suo zaino per poi chiedere la cortesia ad Alberto di andarglielo a recuperare.Quando il sole è ormai basso all’orizzonte raggiungiamo il campo 1 a 5100 m di quota, dove ci aspettano Maria Grazia ed Alberto, che nel frattempo hanno gentilmente montato la tenda su un piccolo terrazzino di pietre affacciato sul ghiacciaio in corrispondenza di un enorme crepaccio.Sul posto troviamo una teiera di alluminio, lasciata in dotazione del campo da altri alpinisti o dalle guide, che ci viene estremamente utile per raccogliere l’acqua che affiora da un avvallamento del ghiacciaio poco più a monte della nostra tenda.Con l’acqua raccolta prepariamo la minestra ed un the caldo che gustiamo in tenda quando il sole è ormai tramontato all’orizzonte. Sistemiamo al meglio il materiale e ci disponiamo nei nostri sacchi a pelo uno a fianco all’altro per la notte. Alberto, disponendo della sua tenda personale monoposto, si sistema poco lontano, permettendo a Maria Grazia, Daniele e me di stare un po’ più larghi nella tenda prestataci dalle guide.31 Luglio 2010La notte trascorre abbastanza tranquilla; la temperatura non è eccessivamente bassa. L’unica cosa è che lo spazio non è tantissimo, quindi per evitare di svegliare i compagni, ogni volta che mi devo girare nel sacco a pelo, devo fare attenzione a non urtarli troppo.La mattina aspettiamo, per alzarci dal nostro caldo giaciglio, che il sole illumini i teli della tenda. Ad un certo punto però sarà Alberto, che venuto a sollecitare la colazione, ci tirerà fuori dai sacchi a pelo.Con molta calma prepariamo un po’ di the caldo che beviamo accompagnato con qualche biscotto. Nel frattempo il sole ha fatto capolino da dietro il costone che chiude la valle incastonata tra le falde del Korjenevskaya nella quale ci troviamo; qualche nuvola vaga all’orizzonte verso sud, mentre cominciamo a raccogliere i nostri bagagli per fare ritorno al campo base. Non abbiamo fretta, tanto più tempo passiamo in quota e meglio è ai fini del nostro acclimatamento, e poi i passaggi ghiacciati sui nevai che ci hanno dato qualche preoccupazione il giorno prima non possono che migliorare con il passare delle ore grazie al sole che li riscalda.Alberto e Maria Grazia esternano l’intenzione di proseguire verso il campo 1 avanzato posto a circa 5300 m dietro un torrione di roccia che ci chiude la vista verso la via di salita e cominciano ad arrampicarsi sulle pietre direttamente a partire dalla tenda; salgono per circa 50 m ma sono costretti a ridiscendere per le difficoltà, ma soprattutto per non aver potuto scorgere il campo 1 avanzato dal risalto dal quale si aspettavano di vederlo.Maria Grazia, stufa di armeggiare su scomode pietraie, si unisce a Daniele e a me, che già avevamo preso la decisione di scendere con calma al campo base, mentre Alberto, raccolto il suo materiale nella tenda monoposto, prosegue lungo le tracce di sentiero verso i campi successivi.Ci racconterà la sera al suo ritorno al campo base di aver raggiunto il campo 2 a 5800 m posto sotto l’enorme bastionata rocciosa che sostiene la cresta sommitale del Korjenevskaya, di aver incontrato lì Boyan Petrov, un ragazzo bulgaro molto preparato, e di aver proseguito battendo la traccia fino a quota 6000 m, in corrispondenza di un piccolo crepaccio presente sul lungo traverso che porta alla cresta finale, dove inizia la parte finale della scalata. Boyan ha intenzione di salire in vetta al Korjenevskaya l’indomani, e chiede ad Alberto di accompagnarlo; Alberto è però costretto a declinare l’invito perché non ha dietro gli indumenti ed il materiale tecnico per affrontare la parte alta della scalata.Maria Grazia, Daniele ed io scendiamo invece al campo base, dove arriviamo tranquillamente per l’ora di pranzo. Ci concediamo il pomeriggio per riposare.Alla sera, al rientro di Alberto, cominciano alcune discussioni fra noi su come proseguire il nostro programma. Alberto ci dice di aver lasciato la sua tenda con buona parte del materiale alpinistico al campo 1 a 5100 m in vista di un tentativo futuro, mentre Maria Grazia, Daniele ed io confessiamo di aver inteso dalle chiacchierate dei giorni precedenti che, dopo la gita al primo campo del Korjenevskaya, ci saremmo concentrati esclusivamente sulla salita del Somoni Peak, di gran lunga ritenuto da tutti noi più interessante.Andiamo a dormire con grandi dubbi sul da farsi e un po’ amareggiati per il clima che si è venuto a creare tra di noi.1 Agosto 2010Il mese di Agosto inizia con una splendida giornata di tempo sereno e calma di vento; il nostro pensiero corre subito a Boyan Petrov che è impegnato nella salita alla vetta del Korjenevskaya con condizioni ottimali: che fortuna!Con Daniele decidiamo di effettuare una piccola riunione subito dopo la colazione per programmare le nostre azioni nei giorni a venire; l’intento è quello di chiarirci, di offrire ad ognuno di noi le massime opportunità di riuscita e di soddisfare le esigenze di ciascuno. Non sarà un compito facile perché le differenze tra noi, sia in termini di preparazione fisica, sia in termini di disponibilità al rischio e di indipendenza personale sulla montagna sono risultate molto diverse. Non ultimo Alberto, a differenza di Maria Grazia e me che abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione al Somoni Peak, ha ancora intenzione di salire il Korjenevskaya, mentre Daniele stesso ha ammesso di non poterci accompagnare di persona fino in cima a nessuna delle due montagne a causa della fatica che ha sperimentato durante la salita al primo campo.Ci proviamo comunque, e discutiamo sul da farsi per circa tre ore. Il risultato sarà un programma dettagliato per i tre giorni successivi ed un programma di massima per la salita al Somoni Peak.Alberto ha espresso il desiderio di tentare la salita al Korjenevskaya, visto che ha già del materiale al primo campo e ha già compiuto una ricognizione sui due terzi della via; è giusto che abbia la sua opportunità e chiede di essere accompagnato per non dover passare notti ad alta quota in solitudine. I candidati possibili siamo per forza di cose Maria Grazia ed io. Nel pomeriggio Maria Grazia si candiderà definitivamente ad accompagnare Alberto fino al secondo campo (5800 m) del Korjenevskaya in un'unica tappa, a passare la notte con Alberto e di aspettarlo per tutto il giorno seguente al campo 2, mentre egli tenterà la cima. Il programma prevede che il terzo giorno essi siano di rientro al campo base. Il programma, se devo essere sincero, mi appare subito estremamente aggressivo, dato che in genere sono previsti tre campi alti e cinque giorni di cammino per scalare il Korjenevskaya Peak. Inoltre non siamo ancora perfettamente acclimatati alla quota, e durante la discussione, sia io che Daniele proviamo a convincere Alberto ad effettuare almeno un pernottamento in più, ma anche a causa della scarsità di tempo che rimarrebbe per il successivo tentativo al Somoni Peak, Alberto si vede costretto a tentare il tutto per tutto in soli tre giorni.In parallelo Daniele ed io ci impegniamo a trasportare le tende (che nel frattempo ci sono state consegnate) e del materiale al campo base avanzato del Somoni Peak, per poter poi affrontare di mattina presto la rampa esposta alle valanghe che porta al pilastro Borodkin.Nel pomeriggio ci dedichiamo alla preparazione degli zaini, chi per salire il Korjenevskaya, chi per trasportare cibo e attrezzatura al campo base avanzato del Somoni Peak.Il clima tra di noi si è rasserenato; se il tempo ci assisterà, il programma che abbiamo ipotizzato sembra essere buono.2 Agosto 2010Al nostro risveglio il tempo è tendenzialmente sereno, con qualche nuvola che comincia ad addensarsi sulle cime più alte.Dopo la solita colazione nella mensa del campo base, Maria Grazia e Alberto si accingono a finire di preparare gli zaini che risulteranno molto pesanti, e verso le 11:00 si incamminano verso il Korjenevskaya. Li rivedremo fra tre giorni.Daniele ed io, con più calma, ci prepariamo a trasportare le due tende avute in affitto dalla direzione del campo, il cibo per una settimana e un po’ di attrezzatura tecnica al campo base avanzato del Somoni Peak. La via è ormai a noi molto nota per averla percorsa più di una volta nei giorni scorsi. Ci aspetta il solito sentieraccio lungo la morena che costeggia il ghiacciaio Valter fino all’ampia spianata di pietre alla base del pilastro Borodkin. A causa degli zaini pesanti questa volta impieghiamo un po’ più tempo del solito a raggiungere la nostra meta.Giunti alla spianata, montiamo le due tendine una a fianco all’altra, facciamo un veloce spuntino, e ci avviamo sulla via del ritorno verso il campo base.La sera ceniamo insieme nella mensa del campo e andiamo a riposare.3 e 4 Agosto 2010Mentre Alberto e Maria Grazia sono impegnati nel loro tentativo al Korjenevskaya Peak (in realtà solamente Alberto è seriamente intenzionato a raggiungere la cima), al campo base il tempo è decisamente peggiorato. La nebbia avvolge per la maggior parte del tempo le costruzioni del campo, e solo di rado le cime circostanti, anche se unicamente quelle meno alte, fanno capolino tra le nubi. A tratti pioviggina e sembra quasi voglia nevischiare, con l’unico risultato di impregnare ogni cosa di una fastidiosa umidità.Daniele ed io, un po’ scoraggiati, passiamo lunghe ore a chiacchierare amichevolmente di tutti gli argomenti possibili. In questi giorni di mal tempo, proprio grazie alle numerose ore passate a parlare, la nostra amicizia e la nostra intesa si rinsaldano notevolmente. Il nostro modo di concepire la montagna è particolarmente simile: entrambi pensiamo che debba essere un gioco dal quale trarre il massimo divertimento e non una gara tra atleti; pensiamo che la montagna, e soprattutto la montagna delle alte quote, sia un ambiente nel quale le persone debbano aiutarsi vicendevolmente, altrimenti il rischio cresce fino a raggiungere livelli inaccettabili; che il gioco di squadra si indispensabile per la riuscita di una spedizione alpinistica, e così via.Parliamo, più in generale, anche delle nostre esperienze di vita, da quelle sentimentali, a quelle che riguardano l’educazione dei figli; infatti, nonostante la differenza di età che ci separa (quasi diciotto anni), abbiamo entrambi due bambine più o meno della stessa età.Il tempo al campo base passa così, quasi senza che ce ne accorgiamo, tra una parola e l’altra, cadenzato anche dai richiami della campana che ci ricorda i pasti.Ogni giorno speriamo che il tempo migliori per poter anche effettuare qualche piccola escursione per non perdere l’abitudine e la grinta, ma le nostre attese, per il momento, vengono costantemente deluse.5 Agosto 2010Anche questa mattina il tempo fa i capricci: ancora nuvole!Questi primi giorni mi hanno visto, infatti, un po’ timoroso nei confronti di un ambiente sconosciuto ed estremamente selvaggio, che mi ha messo soggezione con le sue dimensioni e la sua forza.La temperatura è salita moltissimo, raggiungendo livelli inauditi per la quota alla quale ci troviamo: durante il giorno si sono sfiorati i 20°C!Questo ha intensificato la caduta di valanghe dai versanti innevati delle montagne che ci circondano, soprattutto sui pendii intorno al pilastro Borodkin e sulla parete dell’Olympic Peak che guarda verso il campo base.Questo ci induce a rinunciare definitivamente a salire il Somoni Peak a causa dei pericoli oggettivi che la montagna ha iniziato a presentare.Nel pomeriggio Daniele ed io tentiamo di tornare al campo base avanzato per recuperare il materiale e le tende senza riuscirci a causa dell’enorme portata d’acqua che scende dai pendii sovrastanti la morena a fianco del ghiacciaio Valter. A circa un terzo del cammino, infatti, si è formato un profondo torrente di acqua limacciosa che si getta contro il fianco della seraccata creando un lago effimero, il quale ci sbarra la strada.La sera ci raggiungono Maria Grazia ed Alberto di ritorno dal Korjenevskaya.Ci raccontano la loro avventura non del tutto positiva anche a causa del tempo cattivo, soprattutto nella parte alta. Dopo aver raggiunto il campo 2 a 5800 m di quota e aver pernottato nell’angusto spazio offerto dalla spalla di ghiaccio appoggiato alla parete di roccia che sostiene la cresta terminale del Korjenevskaya, Alberto, verso le quattro di mattina si mette in marcia verso la cima. Partito con la tuta di piumino e lo zaino leggero, dopo mezz'ora di cammino nella zona protetta sotto la parete, Alberto si accorge di non poter proseguire con quell'abbigliamento troppo pesante, per il quale d'altra parte non ha spazio nello zaino. Si vede quindi costretto a tornare alla tenda e ripartire con la tuta nello zaino più grande.Si rimette in marcia con un’ora di ritardo rispetto a quanto aveva previsto e affronta la parte alta della montagna in assoluta solitudine. Ci racconta di non aver avuto particolari problemi con la quota, ma ad un certo punto, raggiunta la considerevole quota di circa 7000 m, è costretto ad invertire la marcia sia a causa dell’ora tarda sia a causa del tempo che essendo ulteriormente peggiorato rende estremamente difficile e pericolosa la progressione. Le nuvole hanno, infatti, avvolto completamente la vetta del Korjenevskaya ed il vento ha cominciato a cancellare la traccia di salita battuta qualche giorno prima da Boyan Petrov.Durante la discesa, a causa dell’accumularsi della neve fresca, Alberto sarà costretto più di una volta a mettere in pratica le manovre di auto arresto con la piccozza per non scivolare lungo il delicato traverso che conduce al campo 2 a 5800 m. Arriverà alla tenda, dove lo ha atteso per tutto il giorno una preoccupatissima Maria Grazia, verso le nove di sera, con il buio più totale.Il giorno seguente, in discesa verso il campo base, Maria Grazia, durante la calata faccia a monte del ripido pendio sottostante il campo 2, entra nella crepaccia terminale che lo taglia trasversalmente. Per fortuna i due erano legati ed Alberto riesce a trattenere senza problemi il piccolo strattone; la cosa si risolve senza danni per entrambi, ma comunque con un notevole spavento.Anche poco sotto il campo la montagna non nasconde le sue insidie, e ancora Maria Grazia è protagonista di una scivolata lunga una decina di metri su uno dei nevai adagiati nei canaloni; riesce a fermarsi prima che il nevaio acquisti una pendenza troppo forte e precipiti verso il fondo valle con un salto di qualche centinaio di metri.Ammaliati dai racconti avventurosi, ma anche un po’ preoccupati per il prosieguo della spedizione, andiamo a dormire nuovamente riuniti nella nostra capanna.6 Agosto 2010Ci svegliamo con il tempo un po’ migliorato ma sempre più caldo; le temperature raggiunte sono davvero fuori dalla norma. Apprenderemo al nostro ritorno che il monsone, sia in Himalaya che in Karakoram, ha fatto danni ingenti con piogge torrenziali ovunque.Salire il Somoni Peak è ritenuto dalla maggior parte dei presenti al campo base un azzardo: le valanghe si susseguono una dietro l’altra, e i crepacci presenti lungo il pilastro Borodkin si stanno aprendo a vista d’occhio. Io decido definitivamente di rinunciare a qualsiasi tentativo di salita alla montagna più alta prevista dal nostro programma originario.Alberto è già intenzionato a ritentare la salita al Korjenevskaya e si mette subito all’opera per allestire nuovamente il suo zaino. Vista la sua grande fretta e il suo proposito di impiegare solamente due dei tre campi alti previsti, io declino l’invito a partecipare al tentativo; inoltre avevo promesso a Daniele di aiutarlo a recuperare il materiale lasciato in deposito al campo base avanzato del Somoni Peak, e intendo mantenere la promessa. Partire nel tardo pomeriggio con le temperature così elevate e la traversata sotto la seraccata non mi sembra infine un piano prudente. Propongo ad Alberto di partire un giorno dopo, con calma, e di utilizzare tutti e tre i campi previsti, ma egli ritiene che il mio piano sia troppo lento per poter poi tentare la salita al Somoni Peak subito dopo, visti i giorni che ci rimangono a disposizione, e rimane della sua idea.Anche Maria Grazia, dopo l’esperienza dei giorni passati, non sembra particolarmente interessata ad affrontare di nuovo la montagna con un così breve periodo di riposo e sembra appoggiare la mia idea di prendere una guida e di affrontare la salita con più calma.La discussione assume toni a tratti animati, pur rimanendo sempre nell’ambito della buona educazione; ognuno di noi rimane però convinto delle proprie idee.Daniele esprime la sua perplessità ad Alberto, anche’egli senza riuscire a fargli cambiare idea. L’unica che alla fine si lascia convincere è Maria Grazia, la quale decide all’ultimo momento di seguire Alberto nel suo tentativo, ed inizia a preparare lo zaino.L’umore non è dei migliori: ciascuno di noi si sente evidentemente tradito dai propri compagni. Alberto ritiene che prendere una guida (idea avanzata dal sottoscritto) non fosse negli accordi presi prima di intraprendere la spedizione, mentre io ricordo che Daniele, durante le sue spiegazioni sull’organizzazione del viaggio ci avesse menzionato la presenza di guide sul posto; io sostengo, appoggiato da Daniele, che il modo migliore per affrontare la scalata sia quello di farla precedere da un acclimatamento “a dente di sega”, ovvero salendo e scendendo dai campi alti più di una volta prima di affrontare la vetta.Daniele, pur non soddisfatto del nostro comportamento, in qualità di capo spedizione, decide in ogni caso di lasciarci fare, per analizzare la nostra capacità di agire in gruppo, la quale però non sembra essere delle migliori.Nessuno di noi è pienamente soddisfatto di come le cose stanno procedendo, ma tant’e … ognuno prosegue secondo il proprio programma e decidiamo di dividerci.Daniele ed io andremo a recuperare il materiale depositato ai piedi del pilastro Borodkin durante la mattinata, mentre Maria Grazia ed Alberto, appena terminati i preparativi, partiranno nuovamente alla volta del Korjenevskaya Peak.A metà del tragitto, Daniele ed io incontriamo cinque componenti della spedizione iraniana che accompagnano una delle due donne ferita al volto a causa di una caduta in un crepaccio avvenuta due giorni prima sul gran plateau a circa 6100 m di quota. La ragazza non è particolarmente grave, ma procede lentamente sulla morena, sostenuta da due suoi compagni. Restiamo ammirati dallo spirito di gruppo che traspira dal loro comportamento: tutti i compon
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