La Scuola di Diplomazie Interspecie e Studi Licantropici in residenza al Museomontagna ha avviato un’esplorazione di alcune pratiche proto-diplomatiche di prossimità tra umani e altri dall’umano in territorio alpino, allo scopo di costruire un archivio.
Queste pratiche, attive per secoli e via via cadute in dismissione a seguito di mutamenti sociali ed economici dell’età tardo-capitalista, declinano particolari accezioni del concetto di intimità.
Per quanto non presenti in maniera esclusiva nel mondo montano o alpino, incorporano località specifiche e incarnano approcci e linguaggi provenienti dalla cultura materiale, paesaggistica ed economica del mondo montano.

Le pratiche oggetto di indagine tra cui possiamo citare la caccia paesana, la pastorizia nomadica, la falconeria, la tassidermia, etc. sono segnate da una ineliminabile componente di ambiguità e di violenza, finanche di sopraffazione, e costituiscono allo stesso tempo serbatoi di saperi relazionali, di modi di vita condivisi, conoscenze partecipate del paesaggio montano inteso come territorio vivente.
Questa complessità relazionale è direttamente trasferita dal e sul paesaggio di cui fanno parte, in un’interazione dove la parte umana del rapporto prende in carico nella propria etica le componenti di dominazione, di sopraffazione e di violenza esercitate, piuttosto che occultarle.

E’ in quest’area grigia e di difficile identificazione, di connessione tra umani, altri dall’umano e paesaggio stesso, così come tra naturale e soprannaturale, che le Diplomazie Interspecie individuano una possibilità operativa.
Infine l’idea di archivio ha a che fare con l’erosione diretta o indiretta operata da caccia sportiva, agro business e delle varie forme di sfruttamento del territorio montano.

Come primo contributo a questo progetto verranno prodotte una serie di definizioni, parte di un lessico in costruzione di Diplomazie Interspecie. La prima sarà quindi “intimità” ed è basata su una serie di conversazioni.

 

 

 

 

Intimità, dal lat. intĭmu(m), superlativo di interus: che sta dentro (da intus, entro).

Intimo, quindi, è ciò che più di tutto sta all’interno.
Intimità è un processo che coinvolge l’interno quanto l’esterno dei corpi.
Essere in I. è essere in contatto con questo mondo interno.

Proto-diplomatiche e proto-diplomatici, cacciatrici/ori, pastore/i, tassidermiste/i, falconiere/i conoscono questi mondi interni, nel senso che fanno parte delle loro dimore, e dall’interno. Conoscono attraverso i propri corpi anche i corpi delle alterità con cui sono in relazione, oltre che il corpo della Montagna stessa (di quella Montagna, sempre una specifica Montagna e mai la Montagna-in-sé che non esiste).

Ne deriva che l’intimità è una pratica di esclusione: si conosce sempre solo quel corpo, quel mondo, si è interni a quell’interno e non a un altro. Le relazioni sono specifiche e hanno dei limiti – essere in relazione con alcuni significa non essere in relazione con altri.

Di qui la differenza con il corpo del ricercatore che per secoli ha preteso di porsi a distanza, per preservare una presunta obiettività scientifica. Non avere un corpo, quindi, è un mezzo per precludere, impedire o evitare la sempre possibile reciprocità dell’incontro, mentre un corpo-in-intimità, un corpo-Montagna fa spazio alla reciprocità.