Come settimo contributo, utile alla costruzione di un lessico diplomatico, la Scuola di Diplomazie Interspecie propone il binomio “pelo/pelle”.

 

 

 

Tassidermia, dal greco taxis, “sistemazione” e derma, “pelle”. La tassidermia si riferisce in generale a qualsiasi sistemazione di una pelle animale (un tappeto di pelle d’orso, una pelliccia costosa, un trofeo di caccia, un manichino per un museo di scienze naturali) e più specificamente alla pratica di ricreare l’anima dell’animale.

Ma perché le Diplomazie Interspecie si interessano a questo?
Per comprenderlo ci serve guardare al gesto del tagliare. Dave Madden in “The autentic animal” scrive: “Per togliere la pelle di un animale, si inizia con un taglio singolo intorno alla gola e si tira il coltello verso il basso in una linea sottile e dritta fino alle ascelle. Il tordo. Il gatto selvatico. Il tusker. L’inizio è sempre lo stesso: un unico taglio.”
Questo unico taglio è il fatto che separa e contemporaneamente co-costruisce entrambi i corpi di questo rapporto, e che lo rende di interesse per le Diplomazie. Attraverso la relazione con il corpo morto di un animale altro dall’umano, succede qualcosa all’umano. Il riconoscimento tattile che “questi corpi sono il risultato di relazioni di potere e conoscenza trans-storiche, che hanno giocato un ruolo chiave nell’emergere dei discorsi e delle pratiche relazionali umano/animale[1].”

La tassidermia è infatti interlacciata a pratiche interspecie complesse e problematiche come agricoltura, allevamento, caccia, sport, guerra, arte, ma anche a relazioni di amicizia e convivenza interspecie.
Il corpo ricostruito attraverso la tassidermia, quindi, è un corpo manipolato, rappresentato dall’umano e attraverso l’umano, mai equiparabile all’animale vivo. Ma l’atto intimo della ricostruzione tassidermica evidenzia, ancora una volta, la prossimità, la parentela dei corpi: quello che ricostruisce e quello ricostruito, ricollocando il corpo del tassidermista e del tassidermizzato in un’appartenenza comune.

La porosità della pelle, l’interscambiabilità di quello che essa protegge (l’interno dei nostri corpi), il riconoscimento della violenza coinvolta (scuoiare, raschiare, salare, conciare, cucire la pelle dell’altro). Questo groviglio di implicazioni reciproche nella ricerca in corso su pratiche diplomatiche delle aree montane, è un atto intimo di apprendimento che si situa -fisicamente e concettualmente- nella pelle di tutti gli animali coinvolti, umani e altro dall’umano.

 

[1] G. Aloi, Speculative taxidermy, 2018